IL PENDINO E IL LAVINAIO

IL PENDINO E IL LAVINAIO
—storia remota di un quartiere oggi ridotto a discarica
Via Lavinaio, al Pendino—


Vi siete mai chiesti perchè si chiama così?
Beh, ha a che fare con la lava.
Non come la intendiamo noi, figli di un vulcano, al giorno d’oggi.
Ha a che fare con quello che intendevano i Napoletani, prima del 1737, data in cui, “lava”, in Lingua Napoletana, stava ad indicare un torrente di acqua e fango che si riversava per le strade, dalle colline, dopo violenti acquazzoni.

Solo dopo l’eruzione effusiva del Vesuvio, del 1737, il termine lava, diventò “lava di fuoco”, quando i Napoletani di allora, videro veri e propri torrenti di fuoco, misti a cenere, cadere dalla Montagna e scivolare lungo i suoi fianchi.

Prima di quella data, il termine “lava” indicava, semplicemente, il risultato di un acquazzone. ‘Nu lavenaro, insomma. Lo diciamo anche oggi, a distanza di secoli.

Il quartiere napoletano, frequentemente soggetto a questi fenomeni, venne così chiamato “Lavinaio”. E così è ancora oggi.
Verso la metà del 1400, qui, sorgevano diversi mulini che venivano azionati proprio dallo scorrere delle acque, tanto è vero che percorrendola potete imbattervi in un vicolo di collegamento fra Via Lavinaio e Vico Soprammuro, quel vico si chiama Vico Molino.

Il ché ci riporta anche all’origine del nome del quartiere: Pendino.
Lo si deve al fatto che i torrenti che sfociavano a mare isolavano quasi del tutto la zona formando una sorta di penisola, un luogo che, appunto, “pendeva” fra le acque.
Pendino, dunque.

Basti pensare che circa 25 secoli prima, quando fu fondata Neapolis, l’area sulla quale si edificò, in primis, fu proprio questa, al Pendino. Per la sua naturale posizione di difesa.
Sicura alle spalle per la presenza della collina e tranquilla davanti per la presenza del mare.
Sui fianchi scorrevano canali torrentizi, come sui fianchi del Vesuvio scivolò, calda, la lava di fuoco. Una zona difesa perfettamente, in modo naturale.

Storia remota di un quartiere di una città millenaria, ridotta oggi a discarica a cielo aperto. Strada stretta e senza ricordo, affollata da voci che non sanno, che non vogliono sapere. Ci passo da 29 anni e da quando ho coscienza intellettuale, tutto ciò mi addolora.

Vedo, lì, in fondo, una chiesa mai stata accessibile, da questa prospettiva innaturale e quasi surreale, mi intristisco.
E mentre guardo, con sofferenza, un turista scattare una foto accanto a dove sono io ora, non riesco a dirgli nulla.

Lui sorride mentre scatta, io no.
Non posso sorridere

E non voglio più guardare.
Perchè qui c’erano dei mulini, scorrevano dei torrenti, qui prese forma la Neapolis gloriosa.

Ylenia Petrillo 

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