Zahrah, una puttana mai stata pagata

Questa che state per leggere può essere una storia inventata dalla mia penna oppure no, un’intervista immaginaria, nata in una notte insonne, oppure un colloquio reale.

Ciò che sto per raccontarvi può essere una storia di una notte d’inverno, parto della mia mente oppure, invece, un ‘esperienza realmente vissuta.

Tutto ciò non ha molta importanza perché sicuramente reale è il significato contenuto e legato a questa storia, reale come il freddo pungente, bruciante e penetrante di quella notte che cambiò radicalmente il mio piccolo mondo maschile con le sue piccolezze fatte di pensieri e convinzioni molto “piccole”.

Sicuramente frutto della fantasia è il nome della protagonista, Zahrah, scelto da me googolando in rete in cerca di un nome femminile nigeriano per dare a voi un nome a cui affidare le vostre riflessioni.

E’ una fredda notte di inverno, di quel freddo che ti penetra dentro, che ti fa pentire di essere uscito. La grande quantità di alcool ingurgitato sortisce i suoi effetti, scalda il sangue attenuando il freddo della notte ma provoca quei brividi d’ansia che susseguono l’euforia e la loquacità da sbornia.

L’ansia alcolica va attenuta, occorre una distrazione, uno sfogo. Dopo averci pensato su qualche minuto, supportato dalla visione che mi offre la strada e annebbiato dai fumi dell’alcol, decido che la mia distrazione è lì, lì in quel lungo viale costellato dai tanti focolari della notte.

-Ciao, quanto ti prendi? Bocca.

-15 euro.

-E tutto?

-20.

-Ok.

-Vieni qui.

-Come ti chiami?

-Dammi soldi.

-Ok. Come ti chiami?

-No parlare italiano.

-Io Fabio. Tu?

-Ah. Zahrah

-Where are you from?

– Nigeria.

-Quanti anni hai? How old are you?

-22

-22? Sembri più piccola. Hai le mani gelate. Ma da quanto tempo stai qui fuori?

-Io sto qui sempre dalle nove.

-Aspetta, dai. Dai, scusa, non facciamo niente.

-Tu hai pagato.

-Si, lo so, non fa niente. Fumiamo una sigaretta qui, prendi.

-Grazie.

-Ma perché sei venuta qui?

-Nel mio Paese non potevo stare. Mi hanno detto di venire qui. Io non… Io volevo… Non sapevo…

-Ma perché proprio la puttana devi fare?

-Tesò ma io che cazzo posso fare?

-…

-…

-Hai le mani ghiacciate. Stai tremando.

-Si sto tremando. È la vita mia.

-Sei piccola…

-…

-Puoi…potresti provare a… Non puoi fare qualcosa di diverso?

-Eh…

-Ciao Zahrah.

-Ciao. Grazie.

-Grazie a te…

Mi allontano ancora più piccolo di quanto fossi prima di essermi fermato li. Volto l’angolo e mi fermo, le gambe non reggono, la testa gira e allora mi piego in due e vomito. Vomito l’alcool che riempie il mio stomaco, vomito le frustrazioni che riempiono la mia testa, vomito tutta la vergogna che Zahrah ha messo nella mia pancia e insieme ad essa vomito fuori tutte le mie piccole convinzioni.

Le chiamiamo puttane, usiamo questa parola per offendere e deridere. Forse, però, siamo noi ad essere puttane di identità, che vendiamo la nostra intima personale individualità in cambio di qualche solida certa convinzione.

Lei, Zahrah, è una puttana di libertà. Ancora non è stata pagata.

 

Fabio De Rienzo

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