Mozart, la magia a Napoli e le contraddizioni rubate a Parthenope

Con le sue mille contraddizioni spolverate a mo’ di pepe su quel popolo che è un tutt’uno con un paesaggio che ruba lacrime e regala sospiri, Napoli è sempre stata calamita per artisti in cerca di ispirazioni ed occasioni.  Così nel 1770, con un bagaglio di speranze ed una pala per cercare un’occasione alle pendici del Vesuvio, anche Leopold Mozart, padre dell’allora quattordicenne Wolfgang Amadeus, promettente musicista, decise di trascorrere un periodo di tempo nella città partenopea.

Napoli, Parigi e Londra erano tre papabili mete, prese in considerazione da Leopold Mozart, in cui giungere per far conoscere la mondo le abilità musicali del giovane Wolfgang. Napoli a quel tempo era la capitale della musica, con i suoi numerosi conservatori e scuole di musica, per cui i Mozart presero la decisione: soggiornare a Napoli per un periodo indefinito, da un minimo di cinque settimane a qualche mese, a seconda dell’evolversi degli eventi.

“Ancora non so dirti quanto ci fermeremo qui. Non posso che scegliere fra cinque settimane o cinque mesi. Ma credo cinque settimane. Tutto, comunque, dipende dalle circostanze” così scriveva Leopold alla moglie in merito alla permanenza a Napoli. Alla fine i Mozart sostarono in città per sei settimane e sin dall’inizio furono contaminati dallo spirito contradditorio che distingue il carattere partenopeo: seppur considerato un bambino prodigio, Wolfgang era visto come un musicista mediocre, un intrattenitore per un pubblico medio, non idoneo alla corte del re; eppure nonostante le difficoltà artistiche I Mozart erano eccitati ed affascinati dalla vita che gli si offriva nella città napoletana  – ““la sera fino all’Ave Maria, la nobiltà va a spasso in centinaia di carrozze dalla Strada nuova e al Molo […] e non appena accenna a farsi buio, tutte le carrozze accendono le fiaccole, per creare una sorta di illuminazione”; entrambi sono affascinati dal “Vesuvio che fuma forte”, dalla posizione del luogo, “dalla sua fecondità, vivacità e rarità”- scriveva Leopold alla moglie.

Solo una volta Ferdinando IV, “re Nasone”, all’epoca diciottenne, si decise di ricevere il giovane musicista a corte ma fu per lo più una formalità, un atto di cortesia perché nessuno ancora, almeno qui, aveva saputo riconoscere il talento di Wolfgang.

Ebbe però un‘occasione al conservatorio della Pietà dei Turchini e lì, così si narra, suonò in modo divino tanto da lasciare di stucco tutti i presenti i quali, impregnati di superstizione e scaramanzia, come da cliché, individuarono in un anello, tempestato di brillanti, alla mano sinistra del giovane Mozart come fonte magica del divino talento. Anche sfilarsi l’anello continuando a suonare non servì a togliere i dubbi sulle sue doti artistiche.

La superstizione trovata a Napoli lasciano basiti e scossi padre e figlio -” La fertilità esuberante di queste terre piene di vita e di cose rare mi renderanno penosa la partenza. Ma la sporcizia, la quantità di mendicanti, questa gente senza Dio e la cattiva educazione dei bambini, fanno s’ che si lascia senza rimpianto anche ciò che c’è di buono…  Quanto alla superstizione… È tanto radicata quaggiù, che si può dire che si sia qui introdotta un’eresia!” – queste le parole di Leopold in una delle sue ultime lettere prima di abbandonare la città, amareggiato per il cattivo esito del viaggio e dell’esibizione al conservatorio.

L’amarezza, però, non fu l’unico sentimento che accompagnò i Mozart nel loro viaggio lontano da Napoli, infatti come già detto i due sin da subito assimilarono le contraddizioni della nostra città e seppero trovar, seppure nelle difficoltà, gli aspetti positivi e gli insegnamenti ricevuti in dono in quelle sei settimane napoletane – “Ho un’indescrivibile brama di scrivere ancora una volta un’opera e quando avrò scritto l’opera per Napoli, mi si ricercherà ovunque […] con un’ opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania.”

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