LA RUA CALPESTATA- LATTONIERI

C’è una Napoli che odora di Spagna, pensiamo ai Quartieri Spagnoli, pensiamo alla nostra lingua, intrisa di termini e fonetica avuti in eredità dai tempi borbonici, c’è una Napoli vestita alla catalana, pensiamo a quella strada, compresa tra Via Depretis, Via Medina e Via Sanfelice, nel quartiere Porto, che non porta nella propria toponomastica l’appellativo di Via o Vico ma quello di Rua, Rua Catalana.

Questa strada per tanto tempo fu una delle zone più belle di Napoli, ricca di vita e di botteghe, soprattutto ciabattini e cappellai. Nel 1343 la regina Giovanna I d’Angiò per favorire il commercio decise di settorializzare i quartieri della città richiamando in essi commercianti di diverse nazionalità e ai catalani, lattonieri, rigattieri e sugherai, fu assegnata quella zona che divenne Rua Catalana.

Era così una zona ricca di vita, di umanità, di lavoro che attirava curiosi, commercianti, visitatori, napoletani e forestieri. Era anche una zona “avventurosa” per la vicinanza al porto, ricca di locande, prostitute e storie della notte che in un certo senso rinforzavano il fascino di questa strada, che all’epoca si prolungava nell’attuale Sedile di Porto, tant’ è che innumerevoli artisti ed intellettuali, quali Caravaggio, Genovesi, Croce, Della Porta, Basile, solevano frequentare questi luoghi.

La vera magia di questi luoghi è sempre stata data dalla figura dei lattonieri, ‘e vattalammere, che lavorano i metalli, le lamiere per conferirle forme uniche. Una forma di artigiano che spesso sconfina nell’arte, altre volte se ne mescola senza dar modo di poter capire dove termina l’uno e comincia l’altra. Lavorare materiali inerti, come i metalli, per dar loro un’anima, una vita propria fatta di sentimenti instabili ed incontenibili, è qualcosa che va ben al di là dell’artigianato.

A Rua catalana fino agli anni ’90 vi erano decine e decine di botteghe di lattonieri, oggi quella vita, quell’umanità, quel fermento di cui si è prima parlato sono meno di un vago ricordo, la magia, che pur resta, è oscurata dalla rabbia, dalla delusione, dallo scoramento, che hanno generato diffidenza, chiusura a riccio e rassegnazione, dei 3-4 impavidi lattonieri che ancora resistono, mettendo da parte la loro magia artistica per far spazio a lavori da fabbro.

Un tempo il suono delle lamiere, delle martellate e dei sospiri musicavano questa parte di Napoli, oggi la colonna sonora è una canzone stonata a cui fa da accompagnamento un’orchestra misera composta da silenzio, bestemmie e serrande che si abbassano.

Se oggi decideste di far visita a questa strada e ai pochi superstiti che in essa lavorano state certi di non essere accolti da sorrisi, buon umore e caffè. Come dargli torto. Voi al loro posto sareste allegri e sorridenti?

Perché i lattonieri sono quasi del tutto scomparsi?

Per la stessa ragione per cui stanno scomparendo tutti gli artigiani che è poi lo stesso motivo per cui ogni anno tante piccole attività commerciali di quartieri sono costrette a chiudere i battenti: la pressione fiscale sempre più alta; le non-agevolazioni; l’abbandono da parte delle istituzioni e delle amministrazioni, abilissime nei periodi pre-elettorati a sbraitare contro le ingiustizie, a promettere aiuti, ma smemorata dopo i voti ottenuti; il mercato estero con la sua polita del low-cost.

In realtà, però, i colpevoli siamo tutti noi, che siamo noi  semplici cittadini, amministratori, commercianti, artigiani, studenti o nullafacenti, la colpa è tutta nostra.

Diciamo di amare Napoli perché ci fermiamo a guardare il panorama, perché postiamo sui social una fotografia che ritrae il Vesuvio ed il mare, perché quando siamo all’estero andiamo alla ricerca di una pizzeria napoletana, perché in ritorno da un viaggio telefoniamo a mammà perché ci prepari la pasta al forno, perché marchiamo la nostra pelle con immagini simbolo della napoletanità, perché ci offendiamo se qualcuno ne parla male.

Ma così non amiamo Napoli ma soltanto l’idea di essa. È come credere   di amare una ragazza solo quando si spoglia e possiamo godere delle sue curve generose, ne siamo gelosi solo qualcun altro le si avvicina, ci manca solo se va via.

Amiamo Napoli ma dimentichiamo il suo spirito, apprezziamo i suoi prodotti solo se riproposti in piatti in locali di tendenza, magari mantenuti dalla ricca borsa della premiata ditta camorra, compriamo solo articoli di dubbia qualità di provenienza estera, ci rifugiamo nei centri commerciali, dove tutto è uguale a tutto, invece di godere delle strade della nostra città, ci indigniamo per chi parla male di Napoli, e anche per  chi ne vuole affrontare le problematiche, mentre noi usiamo la nostra città come fosse un’unica grande latrina, vogliamo avere ma non diamo mai.

CITTADINI, AMMINISTRATORI, NAPOLETANI ACCUMMINCIAMME A VVULE’ BBENE PRIMMA NUJE ‘A CITTA NOSTA.

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