L’ ACQUA ‘E MUMMARA E L’ACQUAIUOLO

Quando si pensa alla Napoli che fu, a quella romantica che i nostri nonni amano raccontarci, è inevitabile ricorrere al ricordo degli antichi mestieri napoletani tra cui spicca quella dell’acquaiuolo.


L’acquaiuolo, ossia il venditore d’acqua, che girava con il carrettino o la cesta, poggiata sul capo, che conteneva le anfore di creta a due manici (le “ mammare”), che avevano all’interno la famigerata acqua ferrata, “l’acqua zuffregna”, o più in generale l’acqua ‘e mummara, ed i limoni che venivano spremuti con delle apposite pinze.


Le acque napoletane provenienti da sorgenti di origine vulcanica avevano proprietà chimico-fisiche e sapori unici tali da renderle simbolo e patrimonio della nostra città, un tesoro da salvaguardare.


Una delle fonti di tale acque aveva origine dal Monte Echia, uno spuntone roccioso, interamente in tufo giallo, ubicato nella zona di Pizzofalcone, nel quartiere San Ferdinando di Napoli. La sorgente poi, insieme alle altre, causa l’epidemia di colera venne chiusa nel ’73.


Nel corso degli anni la figura dell’acquaiuolo ha subito delle inesorabili trasformazioni dovute al mutamento delle epoche e delle relative esigenze, a partire dal passaggio dalla pinza allo spremiagrumi, per filtrare polpa e semi, per terminare con il divenire un venditore non più ambulante ma con tanto di chiosco e di licenza.


Oggi i chioschetti degli acquaiuoli hanno per lo più una concezione da bar anche se la base, la spremuta di limoni, resta ma manca l’essenza napoletana di quel mestiere, l’acqua ‘e mummera.


Ai quartieri spagnoli, in Via Concezione a Montcalvario, la strada che era conosciuta come” ‘a sagliuta d’ ‘a Rinascente” esiste un chiosco storico nato nel giugno del 1948 per opera di Mario D’angelo. Il chiosco ha sempre avuto una gestione a carattere familiare ed oggi è gestito da uno dei figli di Mario, il signor Bruno.Bruno con il suo chiosco rappresenta un punto luce dei quartieri, un riferimento, un luogo dove incontrarsi e rivivere la gioia della napoletanità perduta. Dal padre Mario a Bruno, quella “banca “dell’acqua ha visto le trasformazioni della figura dell’acquaiolo e quella dei quartieri spagnoli. I tempi che corrono, la fretta, il voler tutto e subito, le tradizioni che scompaiono, i patrimoni dilapidati, la napoletanità che sfugge.


Come dice il signor Bruno, l’acqua ferrata era e dovrebbe ancora essere un nostro patrimonio e come tale dovrebbe essere salvaguardato. A poco a poco perderemo tutti i nostri pezzi. Che ne sarà allora della nostra anima napoletana?

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