The unGentry men- alla ricerca della domenica perduta

Alla ricerca della domenica perduta

-E’ ancora abbastanza presto- disse tra sé mentre guardava il display a Led, che sovrastava l’ingresso controllato di Vico Lungo Teatro Nuovo, che riportava a numeri rossi squadrati le ore dodici.

Mentre Flavio veniva controllato e perquisito dagli agenti di sicurezza, predisposti all’ingresso e all’uscita dal quartiere per i visitatori, si voltò guardando verso Via Concezione a Montecalvario, la salita della Rinascente, così come veniva chiamata nei racconti antichi, rapito dalle luci al neon colorate che gridavano abbagliando il panorama con promesse di divertimento, di abbuffate a prezzi modici, di spettacoli con femminielli e tombolate, di tour esperienziali tra la Napoli “ verace” guardando da vicino, “protetti” dalle sbarre di una gabbia, vasciaioli e vasciaiole nelle loro permormance di “autentica” popolanità.

I colori più sgargianti, le luci più abbaglianti, numerosi ghirigori attorniavano e decoravano le innumerevoli scritte” Los Dàidalos” accompagnate da grandi frecce che indicavano la direzione dell’ingresso, e talvolta da scritte più piccole che riportavano l’antico nome del luogo, i Quartieri Spagnoli.

Una mano che si incuneava nel tratto perineo, sopra i jeans, lo riportò dalla passeggiata nei propri pensieri. Erano controlli di routine, per verificare i documenti, un’eventuale introduzione di cibarie dall’esterno, possesso di armi, droghe e libri, contornati da una breve colloquio, e di domenica erano sempre più sbrigativi e superficiali per non ostacolare il grande flusso di turisti che si addentrava nei meandri de Los Dàidalos.

-Và, può trasì!

-Grazie, buongiorno

Ogni volta era come buttare giù in cocktail di emozioni, sapori che si mescolavano, si separavano e poi si confondevano giù per la gola e per lo stomaco. Eccitazione, paura, ansia e frenesia lo accompagnavano sempre in questi momenti e questa volta l’intensità delle emozioni raggiungeva quasi il suo limite di sopportazione, non era un semplice giro di controllo, stavolta aveva da portare a termine una missione.

-L’appuntamento è all’una, ce sta ancora tiempo.

Ripensava al freddo dialogo avuto appena la sera precedente con un contatto trovato in rete, Mr-Potato, che gli aveva dato, in maniera sintetica ma precisa, le istruzioni per quella domenica e gli aveva spiegato l’importanza anche di queste missioni secondarie. Dopotutto il rito domenicale era una tradizione da dover riportare in vita, con le buone o con le cattive.

-Mr-Potato, che cazzo ‘e nomme! Speramme bbuono…

Flavio si sentiva da tempo inadeguato e poco esposto per la causa. Anche se i turisti, cioè i membri che provenivano dall’esterno del quartiere, come lui, erano elementi importanti e fondamentali come tutti gli altri, avrebbe voluto essere ‘na zoccola, un topo, perchè ‘e zoccole, i membri interni che si nascondevano e che come i topi infettavano la popolazione, trasmettendo a chi veniva morso il “virus necessario” della napoletanità perduta, erano, a sua veduta gli eroi, i più coraggiosi che si sacrificavano per tutti, per la città. A suo parere i membri de ‘e ‘nziste, gli insistenti, quelli che peroravano la causa della napoletanità, i restauratori dei Quartieri, dotati di maggior sangue freddo erano i borghesi, gli infiltrati che vivevano all’interno sotto mentite spoglie, vestendo i panni dei nuovi borghesi che avevano sostituto la popolazione originaria del quartiere, amanti del naif e del sociale per sentirsi importanti ed utili. Non poteva certo lui essere un borghese, lo avrebbero scoperto in un batter d’occhio, ma voleva essere una zoccola. Per ora era un turista.

I primi passi all’interno del quartiere aumentarono l’agitazione interna. Quell’operazione, di quel tipo, in un basso e non in uno scantinato o un sottoscala, non lo convinceva. Cosi’ quasi in bella vista e non protetti da mura e tufo era un bel rischio.

L’appuntamento era in Vico Giardinetto ma prima sarebbe dovuto passare da un altro contatto in Vico Lungo del Gelso. Entrambe le strade facevano parte dei cosiddetti “vicoli verdi” dove ogni angolo, ogni trattoria, ogni attività commerciale ed ogni attrazione turistica era a tema “verde” ed adornata e decorata con alberelli, piante, fiori, e frutta. Tutto rigorosamente in plastica e made in China.

Vico Lungo Gelso era una strada parallela a Via Toledo e si trovava, rispetto alla pendenza dei Quartieri, più in giù rispetto a Vico Lungo Teatro Nuovo. Giunto all’incrocio con Via Santa Maria delle Grazie a Toledo, Flavio voltò a sinistra, verso il basso, attraverso’ Via Speranzella per poi giungere a Vico Lungo Gelso.

Più avanti in quella strada avrebbe dovuto incontrare un certo signor Ravaldi , discendente di un’antica famiglia di pasticcieri , l’incontro avrebbe dovuto aver luogo proprio in quelle che erano le spoglie della storica pasticceria Ravaldi.

Degli antichi dolciumi napoletani ne conosceva solo le storie che raccontavano i membri anziani eppure gli sembrava di saggiarne i profumi, che riempivano e rendevano festa in ogni casa. Non li aveva mai potuti mangiare ma sapeva che erano così differenti dai dolci del suo tempo con i loro colori sfavillanti e finti, che catturavano gli sguardi di turisti e bambini, con quei nomi assurdi che sintetizzavano lo stile fusion, il mettere assieme, fondere, più tipologie in una sola. Volevano essere tutto, non erano niente.

Centellinava e si godeva ogni passo, ad ogni pedata faceva corrispondere un pezzo del basolato, un piede un basolo. Era l’ansia che premeva per far ritardare l’incontro ma era soprattutto l’attaccamento a quella terra, a quella strada, il cui manto era una delle poche cose rimaste veraci, vere e veritiere ed allora voleva vivere quei momenti il più allungo possibile prima di addentrarsi tra le menzogne.

Era giunto sul luogo del primo appuntamento, diede tra colpi decisi con le nocche della mano destra sul portone.

-Chi è?

-Sono quello dell’appuntamento, io…

-Guagliò, ‘a parola d’ ‘ordine!

-Ah, ‘a parola d’ordine. Aspè, comm’era? Ah, ‘e maccarune sotto e il ragù acoppe…

-Eh, vabbuò. Ma che ‘e mettimme a ffà sti pparole d’ ‘ordine si po’ nunn ‘e sapite maje e ve faccio trasì ‘o stesso? Imparatele altrimenti non vi farò più entrare. E’ “’a carne asotto e ‘e maccarune acoppe”. Trase, jamme. Entra.

-Scusate.

-Allora questo è per te. Portalo all’incontro. E’ ‘nu capolavoro.

-Quanto v’aggia da’?

-Già è pagato-

-Come pagato?

-Apposto accussì, guagliò. Te serve ‘e sapè solo chesto. Te ne può ghij.Te ne puoi andare, grazie.

-Buongiorno.

Non gli sembrò vero di tenere fra le mani uno di quei ricordi della Napoli che fu, uno dei più rappresentativi, la pastiera. Chissà che profumo, pensò. Avvicinò il pacco al volto per poterne pregustare gli odori in attesa di quando poi l’avrebbe mangiato. La delusione, però, immediatamente prese posto nell’espressione del suo volto, nessun profumo si avvertiva.

-Meglio di niente. Non l’ho nemmeno pagata.

-Anche se… voglio dire ripristinare il valore della domenica è molto importante, quasi vitale. Avrebbe potuto farla un po’ meglio, metterci più impegno ed amore. E’ di amore che si parla qui.

-Vogliono far parte della causa e poi fanno dei lavori sciatti e banali.

-membro… ‘o membro è stu cazzo.

Vico Giardinetto era li, quindi prese a salire verso destra proseguendo verso quelle scale che un tempo erano dipinte con il tricolore verde, bianco e rosso, simbolo dello scudetto vinto dal Napoli calci in tempi ormai remoti, quando il calcio era amore e passione.

Il basso indicato da Mr-Potato nel messaggio in chat si trovava vicino a quelle scale, sulla destra, e aveva l’ingresso in legno marrone, come da descrizione.

Stavolta non sarebbe servita una parola d’ordine, il pacco di Ravaldi era il giusto lasciapassare che lo avrebbe fatto oltrepassare la porta del vascio. Spero’ che Mr-Potato si fosse rilevato una persona affidabile. Si fidava della comunità degli ‘nzisti, un po’ meno delle singolarità.

Non ci fu nemmeno bisogno di bussare alla porta, appena fermatosi avanti all’ingresso la porta si aprì rilevando la figura di un uomo sulla cinquantina, media altezza, con un volto dal sorriso prominente, quasi un ghigno.

-Finalmente, almeno hai ritirato il pacco. Piacere io sono Lorenzo ma me chiammano Patana, patata. Hai parlato con me ieri sera.

Ahahah perchè Patana? Io ovviamente sono Flavio, piacere di conoscerti Lor…Patana” – la risposta di Flavio fu accompagnata da un insistito risolino come a voler sottolineare forzatamente l’ilarità della situazione che pero’ non trovava affatto divertente.

-Perchè è sempre così che mi hanno chiamato. Nun fa domande inutili. Vieni ti presento agli altri.

Il vascio di Patana/Mr-Potato si sviluppava su due piani, in quello inferiore, a livello della strada, salotto, sala da pranzo e stanza da letto si fondevano in un unico ambiente separato, attraverso porte bianche, dal bagno e dalla piccola cucina, in quel momento invasa da odori e vapori vari.

Oltre che dal proprietario di casa, Flavio fu circondato da altre cinque persone, tre uomini tarchiati e di mezza età e due donne molto magre vestite con tute consunte coperte da grembiuli da cucina i cui motivi floreali erano ulteriormente coloriti da quelle che smembravano macchie di ragù. Almeno il rito domenicale sarebbe stato portato a termine, era quello che Flavio pensava.

-Ti va un caffè?

-Si, grazie, molto volentieri.

-Sai noi lo facciamo con la cuccuma, alla napoletana, o al massimo con la moka. Oggi il caffè lo si beve ovunque, in qualsiasi momento, basta inserire la nano-capsula di caffè concentrato nel proprio smartphone, avviare l’App CoffeExpress, scegliere il tipo di caffè che si desidera ed il gioco è fatto.

-Beh, quando è così’ non vedo l’ora di godermi il vostro caffè. Una volta ho sentito parlare della cucc…- cercò di dire la propria sul caffè ma le donne della casa esplodevano di informazioni e vanti e non riuscivano ad attendere che il loro interlocutore concludesse il proprio intervento.

-Il caffè per noi è sacro e dovrebbe esserlo per chiunque. Si tratta di napoletanità. Come si puo’ parlare di napoletanità senza un caffè fatto alla maniera napoletana classica?

-Io credo però…

-I vicoli necessitano dell’odore del caffè. Caffè, basoli, i panni stesi…Ma questo caffè lo vuoi?

-Si, io…

-Uh, ma è pronto. Mettiamoci a tavola.

Prese posto accanto a Patana a tavola, quando le donne cominciarono a servire la portata principale, il ragù.

-Prima l’ospite- si udì dalla cucina.

Una delle donne col piatto fumante si avvicinò al tavolo in direzione di Flavio, più si avvicinava più il sorriso sul suo volto si allargava trasmettendo via via sempre meno rassicurazione e una crescente inquietudine.

-Buon appetito, Flavio!

Non avrebbe neanche avuto bisogno di guardare il piatto. I sogghigni, la pastiera fasulla di Ravaldi, le auto-celebrazioni, l’ossessione per il concetto di napoletanità, i luoghi comuni…Aveva capito tutto. Abbassò lo sguardo sul piatto. Spaghetti anemici e mollicci ricoperti da una chiazza rossastra il cui odore acre e dolciastro non lasciava scampo. Ketchup.

-Ma che sfaccimma!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *