CHIAGNO PE’ CAMPA’ – ANTICHI MESTIERI

‘O chiagnazzàro.


La creatività, l’ingegnosità e l’inventività del popolo napoletano le si sono sempre sdoganate attraverso la celebrazione dell’operato e del lascito dei grandi artisti, maestri, musicisti, poeti e pensatori partenopei eppure è dal basso che nasce la peculiarità artistica di Napoli, dal popolo. L’anima creativa dei grandi nomi, resi immortali da Partenope e che hanno contribuito a loro volta alla sua immortalità, è stata, e viene, alimentata dalla linfa dell’arte di arrangiarsi dei “senza nome”, le persone comuni che hanno inventato mestieri e modi di portarli avanti.

Nei secoli, a Napoli, la miseria e la fame sono state combattute con la voglia di fare e l’ingegnosità, creando dei mestieri dal nulla, studiando la psicologia e le esigenze del popolo e del mercato e così che sono nati il venditore di brodo di polpo, ‘a capera, ‘a gassusara, ‘o sapunaro e altri mille mestieri. Anche se tramandato il mestiere poi andava reinterpretato e personalizzato, cucito addosso al proprio modo di essere, perché la cosa fondamentale non era tanto la merce o i servizi che si vendano ed offrivano ma la capacità di farsi notare e di mettere in mostra la mercanzia attraverso performance canore, abilità linguistiche e spettacoli improvvisati.

Esisteva, però’ un mestiere che, al contrario di tutti gli altri, non reggeva le proprie fondamenta sul mettersi in mostra ma bensì sulla discrezione, occorreva esibirsi solo al momento giusto e con le persone giuste: ‘o chiagnazzàro.

Il chiagnazzaro era una figura che sotto pagamento si sostituiva o integrava la parentela alla veglia funebre il funerale di un estinto. Poteva essere ingaggiato oppure presentarsi spontaneamente alle veglie funebre mettendo in mostra le proprie abilità interpretative piangendo e struggendosi per il defunto in modo da convincere i parenti del caro estinto a farsi ingaggiare. Era importante, e spesso lo è ancora, mostrare alla città la quantità e la “qualità” di persone presenti addolorate per il caro estinto durante un funerale. La quantità di lacrime versate, sin dai tempi dell’antica Roma, era un indicatore del livello di importanza e amabilità della persona scomparsa.

Il chiagnazzaro era figura che doveva avere una grande forza interpretativa e recitativa, caratteristiche che, seppure il mestiere, sopravvissuto fino al’900, sia scomparso di botto, persistono nell’anima partenopea, basti pensare alla sceneggiata napoletana che si regge sulla drammaticità e sui sentimenti esplosivi di un popolo che vive alle pendici del Vesuvio.

Queste abilità drammatiche spesso vengono utilizzate come armi contro il popolo napoletano, quando lo si definisce lamentoso e dedito ai piagnistei. Si sa, i luoghi comuni nascono da verità, che vengono poi stravolte, utilizzate da chi prova sentimenti repressi. Questa, però, è un’altra storia.

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