Intervista a Gaetano “barbanera”

Non una storia di artigianato ma pur sempre un racconto di mani, mani che lavorano, che faticano, un racconto di mani che raccontano, di volti segnate da rughe, carta topografica dei vicoli dei quartieri di Napoli, quella che ora vi raccontiamo.

Questa storia che si spande per tutti i Quartieri Spagnoli nasce in una delle strade più rappresentative del quartiere, di sicuro la più rappresentativa dal punto di vista toponomastico dato, anche se il nome ufficiale dice poco, “via Emanuele de Deo”, è conosciuta col suo nome antico di origine spagnola, “Taverna penta” ossia “taverna dipinta”.

I colori di quella antica taverna, presente in quella strada, erano sinonimo di vivacità e vitalità così come lo sono i colori forti dell’attuale pescheria, sempre lì a Taverna penta, di Gaetano detto “Barbanera”.

Abbiamo scelto di raccontare, per questo progetto “I moderni volti i della Napoli antica”, la storia di Gaetano perché senza fatti eclatanti è un racconto che dipinge la semplicità nella difficoltà, un racconto di un lavoratore, scene di vita di chi va vanti nelle sue convinzioni che sanno di giusto, che non puzzano di pesce, che poi quello del pesce è odore sacro, ma profumano di verità, tanto semplici da essere inconfutabili.

-Come ‘è che un ragazzo come te si ritrova a fare il pescivendolo?

Ho cominciato a lavorare qui quando avevo 18 anni. Davo una mano a mio nonno Luigi e mio zio. In realtà, non sono davvero mio nonno e mio zio ma per me erano e sono tali. Con loro ho sempre avuto un rapporto che andava oltre quello lavorativo. Per questo in seguito ho deciso di portare avanti da me la loro attività. Il loro nome, la loro pescheria, i loro valori, dovevano essere tramandati.

-Napoli ed i Quartieri Spagnoli si trasformano, cambiano pelle, smettono i loro abiti tradizionali per indossare abiti belli per la festa, abiti più consoni alla visita dei turisti. In questo scenario quanto diventa difficile portare avanti un’attività tradizionale come la tua, che qualcuno direbbe vecchia?

È difficile ma non impossibile, basta puntare sulla qualità del lavoro e la qualità la si può avere solo se si ha passione in ciò che si fa, è una regola semplice. I quartieri stanno cambiano molto, è vero, spesso in bene, altre volte invece il cambiamento non porta benefici. L’invasione turistica ha portato un cambiamento nell’economia del quartiere, è questo è un bene perché c’è più lavoro, ci sono più attività commerciali, più soldi che circolano. Ci si è concentrati, però, solo sulla ristorazione e sugli alloggi, questo di per sé non è mica un male, anzi punti di ristoro sono un richiamo e un servizio per i turisti ma occorre diversificare e dare modo ai turisti di poter conoscere e godere dell’autenticità dei nostri vicoli. Spesso gettarsi nel mondo della ristorazione senza averne coscienza, esperienza e capacità può essere deleterio soprattutto se si è privi, per quel campo, di passione, per il discorso fatto prima.

-Allora come si può arginare questo fenomeno senza danneggiare l’affluenza turistica?

Bisogna puntare su ciò si sa fare, puntare su quello e migliorarsi. Ridare valore alle botteghe artigianali, ai mestieri “vecchi” è una soluzione per dare più scelta ai turisti e allo stesso tempo per diversificare e potenziare la nostra economia senza spersonalizzare il quartiere.

Qualche tempo fa mi chiesero di cedere la mia attività per farne un punto di ristoro, l’ennesimo. Mi sono rifiutato. Io ho deciso di puntare su questo lavoro per non perdere la mia identità. Qualcuno mi consigliò anche di cambiare la tenda che ho fuori, perché troppo vecchia. Più vecchia io la definirei storica, la volle mio “zio”. Per me rappresenta i valori antichi che resistono alle avversità del presente, è lo spirito di chi mi ha insegnato questo mestiere e per questo motivo non la toglierò mai.

Di Fabio De Rienzo

Fabio De Rienzo, appassionato di poesia, letteratura e fotografia. Insieme a Salvatore realizza progetti fotografici, editoriali ed eventi a tema sociale.

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