La modernità e gli stili di vita e di lavoro attuali hanno fatto sì che molti mestieri antichi siano scomparsi o comunque finiti nel dimenticatoio. Questa volta ci limitiamo a citare quello dell’impagliasedie, ‘o ‘mpagliasègge, che realizzava sedie impagliate, di solito utilizzate dal ceto basso e popolare di Napoli.

Questo mestiere, per lo più esercitato da donne, richiedeva come “attrezzattura” e materiale di lavoro: qualche fascio d’erba secca di colore paglierino, una decina di traversine, un coltellino ed una stecca. L’impagliasedie si procacciava i clienti utilizzando un grido invocativo che informava il pubblico della sua presenza, qualcosa del tipo: “ ‘mpagliasègge, chi è ca vo’; ‘mpaglià sègge, ‘mpaglia sègge.”.

Una volta trovato un cliente che chiedeva di riparare una sedia spagliata, l’impagliasedie si sedeva a terra, tirava fuori gli utensili, e cominciava a lavorare la sedia, facendola “danzare” muovendola da una parte all’altra per permettere l’ingresso e l’uscita dei fili di paglia.

Invece, per sistemare gli “spruoccoli”, le traverse, l’artigiano, molto spesso, toglieva dal piede lo zoccolo che portava e con esso martellava le assi per bloccarle e stabilizzare la sedia.

La ‘seduta’ veniva solitamente realizzata utilizzando foglie di ‘sala’, una pianta palustre. La parte interna di questa pianta, generalmente più delicata, veniva utilizzata per lavori di maggior pregio, mentre la parte esterna era destinata per la realizzazione di sedie comuni.

Questo antico mestiere, rappresentativo della cultura e della tradizione napoletana, è ormai quasi del tutto scomparso, i pochi reduci che si trovano in città sono persone che portano avanti la tradizione per pura passione oppure si tratta di “nobili” uomini, che con caparbietà e coraggio, proseguono una lunga storia familiare come, ad esempio il sig. Eugenio Rizzo ai Quartieri Spagnoli, che esercita la professione di impagliasedie all’interno della propria abitazione.

Don Eugenio, proprio come il mestiere che egli porta avanti, rappresenta a pieno lo spirito della spontaneità e della passionalità partenopee. Un personaggio che sembra essere nato dalla penna e della mente del grande Eduardo, un Luca Cupiello reale e realistico, più plausibilmente Eduardo De Filippo si è ispirato a uomini come don Eugenio per realizzare il suo personaggio, protagonista di Natale in casa Cupiello. Un personaggio, un lavoratore, una persona, un uomo di una genuinità, di una spontaneità e di una veracità disarmanti. Quel genere di uomini che, proprio come gli antichi mestieri napoletani sono in via d’estinzione.

Di Fabio De Rienzo

Fabio De Rienzo, appassionato di poesia, letteratura e fotografia. Insieme a Salvatore realizza progetti fotografici, editoriali ed eventi a tema sociale.

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