Tra l’800 ed i primi decenni del ‘900 una figura professionale ambulante cominciò a ritagliarsi il proprio spazio rubando clienti, quelli donna, ai barbieri. Parliamo della capèra.


Il fatto che potesse essere un individuo di sesso femminile, anziché un uomo, a prendersi cura dell’acconciatura di altri donne favorì senz’altro l’ascesa della capèra, evitando così inutili ed insistiti pettegolezzi popolari, ma forse anche la complicità femminile ed il fatto di aver a portata di mano, per qualche ora, una persona con la quale potersi confidare e dalla quale ricevere tante informazioni e pettegolezzi, inciuci( una sorta di social network antico, da qui il detto “ sembra una capera”, riferendosi a qualcuno che ama spettegolare), fece sì che tale figura acquisisse tanta popolarità.

La capera si fece strada soprattutto nel ceto medio e quello popolare, mentre i nobili, invece, potevano permettersi il figaro domestico. Una figura aggraziata quella dell’acconciatrice ambulante, ricercata nel vestire e con una capigliatura raffinata e alla moda, che le serviva a mo’ di biglietto da visita. I suoi attrezzi da lavoro erano tutti contenuti in una borsetta e consistevano in: un pettine di metallo lucente; una spazzola; fermagli vari; forcine; qualche pettenéssa e le forbici.


Questa antenata delle parrucchiere, girava di casa in casa, di vicolo in vicolo, per acconciare, tagliare, pettinare e trasformare i capelli delle donne. Allora, molto spesso, gli usci dei bassi, gli angoli di strada, i vicoli divenivano, in modo temporaneo ed estemporaneo, dei saloni di bellezza.
Attrezzi scarsi, nessun prodotto, ma quelle mani grosse eppure delicate sapevano lavorare i capelli con una maestria senza eguali, credano degli intrecci e delle forme facendo trascendere il mestiere in arte. Era la sapienza e la poesia di chi si inventava il mestiere e lo curava facendolo crescere dentro.


All’aria aperta per far asciugare i capelli, sotto gli occhi, e le orecchie, di tutti, quei momenti pubblici divenivano in pochi attimi, potere del legame umano, intimi e confidenziali. Era un rapporto tra due donne, un’intimità tra due persone, due esseri umani immersi nel mondo, e da esso separati, per un attimo.


Una si lasciva maneggiare il capo, l’altra lo armeggiava, una zona intima, delicata e preziosa. In alcune culture orientali barbieri e parrucchieri devono chiedere il permesso di toccare la testa prima di procedere al lavoro, la testa è sede dell’anima e quindi la parte del corpo più preziosa.
Allora due anime in stretto contato non potevano che creare un legame, anche se temporaneo, molto stretto. L’una si confidava, l’altra, la capera che aveva ricevuto le confidenze di tante altre anime, elargiva curiosità, dicerie, fatti sicuri e consigli appartenenti a tutto il quartiere.


Oltre che un’abilissima pettinatrice, capace di creare con le proprie mani delle vere e proprie opere scultoree fatte di capelli, e intima confidente, la capera era anche altro, una figura camaleontica avvolta dal mistero, che all’occasione si tramutava in maga, fattucchiera e chissà cosa.


Per rendere omaggio a questa figura storica, in un progetto di street-art dedicato agli antichi mestieri, noi di Miniera abbiamo installato in Vico Tofa un murale raffigurante proprio antica pettinatrice napoletana.
In Vico Tofa, di sicuro fino a qualche decennio fa, da quel che abbiamo saputo ascoltando delle testimonianze, i capelli di un’anziana donna, una nonna, venivano curati ed agghindati da una capera.

Di Fabio De Rienzo

Fabio De Rienzo, appassionato di poesia, letteratura e fotografia. Insieme a Salvatore realizza progetti fotografici, editoriali ed eventi a tema sociale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *