Rosso come il sangue, robusto esternamente e tenero all’interno, come il popolo napoletano, deciso ma dolce, come chi cresce lì dove scorre forte l’energia vitale, racchiude in sé l’essenza del fuoco.
È il pomodorino del Vesuvio, che più tipicamente conosciamo e consumiamo nella sua versione conservata del piénnolo, ovvero pendolo. È il pomodoro del piennolo del Vesuvio D.O.P., dalla forma tonda che termina in un pizzo, detto “spongillo”.


Si tratta di uno dei prodotti più tipici del territorio napoletano, coltivato esclusivamente sulle pendici vulcaniche del Vesuvio nei territori di Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase.


Il piennolo è la tecnica di conservazione classica per questa varietà di pomodori: tra luglio ed agosto vengono raccolti e sistemati in grandi grappoli, i pomodori vengono tenuti da un filo di canapa legato a cerchio. I grappoli vengono sistemati mettendoli sospesi in luoghi asciutti e ventilati, questo consente una maturazione lenta e di avere quindi un prodotto fresco fino alla primavera seguente all’anno della coltivazione.

Questo tipo di pomodoro, oltre nella sua versione piennolo, può essere consumato anche fresco o in conserva in vetro, la “Pacchetella”.


Oltre che ad essere un prodotto tipico della nostra terra, esso ha una forte valenza simbolica. Il pomodorino del piennolo è coltivato in campi formati da terreni che sono il risultato di millenni di stratificazione di lava. Un prodotto che nasce dalla cenere, l’araba fenice della cultura partenopea, la vita che continua dopo la morte, la bellezza nonostante la distruzione. Ecco cosa rappresenta.


Il piennolo è buono da mangiare, bello da guardare. Dite di no? Vi siete mai soffermati ad osservarlo bene dopo che lo avete appeso fuori al vostro balcone? Dovete guardarlo con attenzione, dovete lasciarvi portare dalle sue sensazioni, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo di 2000 anni, vi sembrerà di ascoltare il suono della terra, la nostra, e di percepire la potenza del Vesuvio.


Dicevamo: è buono da mangiare, bello da guardare e ideale da regalare. È un gesto per dire ti voglio bene, ti penso, mi sei caro/a. È rosso, proprio come il cuore, non quello che abbiamo dentro di noi, non l’organo pulsante e vitale, ma quello che disegniamo, che spesso usiamo, soprattutto da quando e esistono i social, per dire: ti voglio bene, grazie, mi piace, etc…


In realtà quel cuore, più che all’organo muscolare cavo, somiglia alle forme di una donna piegata in avanti, simbolo dell’amore carnale, impostoci poi come amore sentimentale, platonico ed affettivo. Mettere “un cuoricino” è gesto automatico, convenzionale, istintivo, omologato che non ha nulla a che vedere davvero con l’amore la passionalità, l’amicizia e l’affetto.


Invece di un cuoricino dovremmo dare un pomodorino. Non prendetemi alla lettera, non è che ogni volta dobbiamo regalare un piennolo, dobbiamo, però, smetterla di essere convenzionali ed omologati per compiere gesti spontanei, sinceri e veraci.

Di Fabio De Rienzo

Fabio De Rienzo, appassionato di poesia, letteratura e fotografia. Insieme a Salvatore realizza progetti fotografici, editoriali ed eventi a tema sociale.

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