I Quartieri Spagnoli dipinti da Caravaggio

È da un po’ che non metto piede nei Quartieri Spagnoli. Certe volte il tempo è necessario per valutare cosa si è visto o ascoltato con maggiore consapevolezza. Dall’esperienza si passa al ricordo e ciò che resta non sono che le sensazioni: quelle evocate dai nostri cinque sensi, che si attaccano addosso senza darti la possibilità di replicare. Un po’ come l’odore della casa di nonna o dei giocattoli nuovi sotto l’albero di Natale.

Ho varcato per la prima volta la soglia di via Toledo solo qualche anno fa. Ricordo quando da piccola mi affacciavo incuriosita chiedendomi quale mondo potesse nascondersi al di là di quel limite che non avevo il permesso di oltrepassare. Il confine tra la Napoli “per bene” – quella borghese, del sole in piazza, del teatro, dei turisti, e dei “negozi buoni” – e la Napoli occulta e spaventosa – quella dei vicoli intersecati come in un labirinto, stretti e nascosti tra i palazzi; quella degli scippi, degli spari e delle persone che sembrano parlare un’altra lingua e indossare volti diversi. Quella dei preconcetti e delle paure inculcate, in grado di farti sentire uno straniero, un intruso, nella tua stessa città. Quella del sì entriamoci, ma solo con una guida, o magari senza guardare troppo in su.

Una soglia in cui si nasconde l’emblema della napoletanità e delle sue contraddizioni: luce e ombra, sacro e profano, cultura e degrado, solidarietà e criminalità. Il drammatico chiaroscuro caravaggesco che prende vita, per interrogarci e per stupirci.

Adesso penso ai Quartieri Spagnoli e mi torna addosso l’odore intenso della pasta e patate e del detersivo lanciato sull’asfalto. Quello pizzicante del cuoio e del legno grezzo. Le grida stridule dei bambini, il rombo prepotente degli scooter e le melodie neomelodiche che rintronano dalle finestre aperte dei “vasci”. I muri vecchi e le rughe di una donna, seduta su di un trono di plastica accanto all’uscio della sua porta. I colori, tanti, sputati fuori dall’ocra del tufo.  Quelli dei murales, dei panni stesi, delle botteghe e di quel minimarket dove chi ci lavora ti chiama per nome. Poi l’ombra di un sole timido che preferisce restare fuori.

Le pennellate di Caravaggio disegnavano sì il buio, ma per far emergere meglio la luce. Per illuminare i volti degli ultimi, urlare l’esistenza della miseria e dell’umiltà, quella che la “gente per bene” chiamava (chiama?), invece, volgarità.  Così i Quartieri si presentano come un microcosmo a sé stante, un buco nero che ti assorbe, una regione dello spaziotempo da cui non può uscire nulla, nemmeno la luce. Soltanto all’interno puoi scorgere i punti luminosi che si nascondono tra le ombre. E ti ritrovi qualcosa di diverso da quello che ti è stato raccontato. Un uragano di sensazioni contrastanti, difficili da valutare nell’immediato.

Di Giorgia Scognamiglio

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