MESTIERI ANTICHI- ‘O MACCARUNARO

Quella italiana è la cucina più amata, proposta, copiata, rielaborata ed amata al mondo. In essa ha il merito di spiccare sicuramente quella napoletana, per la sua geniale semplicità e per la sua semplice genialità, basti pensare alla pizza, al babà, alla pastiera, ad esempio.  

Il cibo partenopeo viene apprezzato sia nella sua variante slow-food, che fa vivere allo sperimentatore un’anticipazione di una domenica napoletana in famiglia, dove vi sia una nonna; sia nella forma di street-food che catapulta chi mangia tra il tufo ed i basoli dei vicoli.

C’è stato un tempo in cui, però, le due forme di cucina coincidevano, o meglio, c’è stato un tempo in cui le due varianti avevano un punto di incontro, o meglio ancora, c’è stato un tempo in cui il piatto più rappresentativo della cucina da tavola napoletana veniva venduto in strada. Un tempo, infatti, i maccheroni, gli spaghetti, non erano alla base della dieta napoletana, all’epoca si consumavano per lo più verdure, ortaggi e minestre e così, quando questa pasta dalla forma cilindrica allungata venne inventata, essa veniva venduta da carretti in strada. Era il tempo de ‘o maccarunàro.

Il maccarunaro, ossia il venditore ambulante di maccheroni operava naturalmente in starda ed aveva bisogno di uno spazio abbastanza ampio per sistemare scaffalature, panche, tavoli e la fornace.

Sulla fornace veniva sistemala la caldaia di rame, zincata all’ interno, nella quale veniva cotta la pasta, gli spaghetti, che poi veniva servita ai clienti condita con formaggio grattugiato, sale e pepe, o, in seguito, con sugo di pomodoro. Si poteva consumare il piatto seduti ad un tavolino sistemati nella ‘bottega’ ma bisognava usare rigorosamente le mani per imboccarsi, la forchetta non era ancora di utilizzo comune. Si portava alla bocca la quantità di pasta tenuta tra il pollice, l’indice ed il medio.  Pensate al Pulcinella che mangia gli spaghetti, ripreso da Totò nella memorabile scena di “Misera e Nobilita”.

Una delle maggiori abilità del maccarunaro era quella di saper far cadere alla perfezione in ogni piatto la medesima quantità di spaghetti, “tene ‘a mesura dinte ‘e mmane” si diceva.

La pasta, poi, ha conquistato sempre maggiore spazio all’interno della cucina, non solo napoletana, ma di tutto lo Stivale, riuscendo in seguito anche a valicare i confini nazionali, per le sue caratteristiche nutrizionali, il costo basso e per la sua duttilità, avendo quel sapore neutro che la contraddistingue la possibilità di adattarsi ad ogni tipo di sugo e condimento.

Exit mobile version